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Gay & Bisex

Il cazzo di Riccardo (finale)


di Membro VIP di Annunci69.it ToroRm2020
05.10.2025    |    7.077    |    8 9.6
"«Devi pisciare?» domandai, certo che fosse così dopo le due copiose sborrate con cui mi aveva riempito..."
Il momento della scelta arrivò alla fine di un lungo sabato pomeriggio primaverile di tanti anni fa, mentre io e Riccardo eravamo nel retro di un furgone guidato da suo padre, pieno di vecchi elenchi telefonici che avevamo ritirato in cambio di quelli nuovi, un lavoretto occasionale pagato poco ma che fruttava buone mance, a saperci fare appena un minimo.
Eravamo stanchi ma contenti delle tasche piene di pezzi da mille e cinquemila lire ottenuti in una lunga serie di casermoni popolari, che ci avevano reso cinque volte tanto rispetto a una zona di condomini eleganti.
Nel cassone l’aria era calda e polverosa: piccoli granelli vorticavano senza sosta nella luce fioca che colava giù da un piccolo lucernario di plastica opacizzato da anni di graffi e incuria.
Non avevamo più fatto cenno a quello che era successo la settimana prima, ma ero convinto che anche lui ci pensasse continuamente. Mi aveva sborrato in faccia dopo una sega e l’espressione del suo volto era stata prossima all’estasi mentre lo faceva.
Ma la vergogna mi aveva spinto sull’orlo della depressione nei giorni successivi, e temevo il momento in cui Riccardo sarebbe tornato sull’argomento.
Perché ero certo che sarebbe accaduto.
Lo sentii muoversi, come me era sdraiato sui vecchi elenchi, e vidi ciò che temevo. Aveva tirato giù i pantaloni, anche se il suo grosso cazzo era ancora molle.
«Me la fai una sega?» chiese, con il solito tono un po’ strafottente.
«Seee, due volte» risposi senza esitazioni, anche se con voce non proprio ferma, mentre una settimana di tormenti si concentrava nella volontà di non andare oltre.
«Se mi fai una sega io poi te lo prendo in bocca» propose allora.
Nel mondo reale, a quel tempo, rifiutai ancora e la cosa finì lì, ma ora le cose sarebbero andate diversamente.
«Me lo ciucci?» chiesi, cercando di tenere ferma la voce.
«Sì» confermò lui, ansimando un po’, suppongo per l’eccitazione. «Vieni qui.»
Mi avvicinai fino a portarmi al suo fianco. Il lungo cazzo era ancora molle, ma comunque molto più grosso del mio. Poggiava rilassato sulle palle gonfie, un serpente di carne che aspettava solo il mio tocco.
«Prendilo in mano» disse, secco. Non c’era dubbio che non fosse una richiesta di cortesia, ma un ordine.
Obbedii. Era caldissimo e liscio, mi riempiva perfettamente la mano. Cominciai ad andare su e giù, lentamente, godendomi la sensazione della carne che si induriva tra le mie dita.
«Ti piace il mio cazzo» mormorò, senza che si percepisse il minimo tono interrogativo.
Non risposi, ma continuai a fargli una sega lenta e molto dolce. Stava diventando enorme e bollente.
Sentii la sua mano scivolarmi sulla schiena, oltrepassare l’elastico della tuta che portavo e infilarsi sotto le mie mutande, fino a trovare il mio gluteo e stringerlo con forza.
«Hai un bel culetto» ansimò, mentre il cazzo diventava della consistenza del marmo. Era la mia mano che gli stava dando piacere. Ero io che lo stavo facendo impazzire.
Improvvisamente sfilò la mano e mi infilò il medio in bocca.
«Insalivalo» disse, e io lo accontentai. Sapevo cosa voleva fare, e infatti dopo pochi secondi sentii il dito che si infilava nel mio ano. Non sentii dolore, solo una sensazione di penetrazione che non avevo mai provato prima.
«Va bene così?» domandai.
«Sì, sei bravo a fare le seghe. Mmmmhhh… Accelera solo un po’.»
Aumentai il ritmo e con l’indice della mano sinistra passai il dito sulla piccola fessura in cima alla cappella, da cui stillava una goccia trasparente che spalmai sulla pelle di un colore viola scuro, più liscia della seta del copriletto che mia nonna teneva sul suo letto.
«Non mi faccio una sega da quel giorno» mi avvertì Riccardo. La mia mano scese ad accarezzargli le palle, calde, gonfie e dure. Ne avrebbe fatta ancora più dell’altra volta.
«Sporcherai tutto» mormorai, obiezione priva di senso visto che eravamo sdraiati su un cumulo di carta da macero. «Magari tuo padre se ne accorge.»
«O sugli elenchi vecchi, o…»
Lasciò la frase in sospeso, ma sapevo dove voleva arrivare. Tolse il dito dal mio ano e mise una mano sulla mia costringendomi a fermare il dolce su e giù del suo cazzo.
«Sdraiati sulla schiena, chiudi gli occhi e apri la bocca» mi ordinò.
Feci come voleva.
«Occhi chiusi» ripetè. Li serrai fino a vedere delle luci lampeggianti nel buio.
Odore di cazzo. Fortissimo. Un centimetro alla volta la sua mazza scivolò nella mia bocca fino in gola. Temetti che avrebbe innescato il riflesso del vomito, ma stranamente non accadde. Mi sentivo pienissimo e completo, non mi importava più di nulla se non di farlo godere.
«Mmmmhhhh, siiii» mugolò lui. «Prendi tutto il cazzo in bocca.»
Appoggiai le mani sulle sue chiappe dure da calciatore e le tenni così, mentre lui usava la mia bocca come la fregna di una donna.
Non so quanto durò, mi sembrarono ore, ore incredibili, sporche e bollenti, poi con un sospiro che ormai conoscevo bene mi scaricò in bocca una quantità mostruosa di sborra. Persi il conto degli schizzi tanto erano numerosi. Il porco l’aveva conservata per me, per farmela ingoiare alla prima occasione.
La mandai giù quasi tutta, ma una parte mi colò ai lati della bocca. Era un fiume di sperma caldo e denso, dall’odore che ricordava quello di un fiore che sbocciava in primavera, di cui non sapevo il nome.
Rimase così, con le mie mani sul suo culo e il cazzo nella mia bocca, mentre la mazza tornava molle. Si sfilò solo dopo qualche minuto, non prima di aver completamente svuotato i coglioni dentro di me.
Con le dita raccolsi la sborra che avevo sulle guance e la leccai.
«Ora me lo succhi tu?» domandai incerto. Non sapevo se ne avevo davvero voglia, ma sentivo di doverlo fare per tenere il punto.
«Puliscimi prima il cazzo» rispose.
«Non ho fazzoletti.»
«Con la lingua.»
«Ah…» riuscii solo a dire. Ormai quasi privo di volontà, con la bocca satura del sapore della sua sborra, gli presi di nuovo il cazzo in mano e cominciai a succhiarlo per togliere le tracce residue, poche, dato che avevo ingoiato quasi tutto.
Ma ne avevo sottovalutato la voglia. In pochi minuti sentii il suo cazzone riempirmi di nuovo la bocca.
«E ora?” mormorai, tenendo le labbra così vicino alla cappella da provocargli un brivido con la carezza del mio alito, poi gliela leccai mentre ricominciavo a segarlo piano.
«In bocca o in culo?» chiese.
Per tutta risposta tirai giù i pantaloni e mi misi a pecora, faccia premuta sui vecchi elenchi e culo completamente offerto, come avevo visto fare alle ragazze dei giornaletti porno, mentre con un sorriso soddisfatto Riccardo si metteva in posizione dietro di me.
«Scommetto che ti sei fatto tante seghe pensando all’altra volta» mi prese in giro, mentre mi allargava le chiappe esponendo il buco del culo.
«Tante» confermai, arrossendo.
«Te la sei leccata tutta.»
«Tutta» mormorai.
In quel momento sentii qualcosa di oleoso colare nel solco tra le natiche e avvertii profumo di mandorle. Olio. Solo allora capii il motivo per cui quella mattina si era presentato con un vecchio marsupio. Pensavo fosse per metterci le mance, ma Riccardo desiderava un altro tipo di premio per il suo lavoro. Aveva programmato tutto in anticipo, convinto, a ragione, che mi sarei prestato a soddisfare le sue voglie da porco. Con le dita spalmò con cura l’olio fuori e dentro il mio buco del culo. Cercai di rilassarmi il più possibile per facilitargli il compito, e dopo un paio di minuti sentii qualcosa di caldo e duro poggiarsi con precisione proprio lì. Iniziai a tremare dall’eccitazione.
“Ora mi sfonda il culo…» pensai, temendo che mi avrebbe fatto male, ma deciso a sopportare tutto senza un lamento.
Con gli occhi della mente immaginai il suo tronco di carne scomparire tra le mezzelune pallide del mio culetto, vergine ancora per poco.
“Mi chiameranno culo aperto” pensai, e vergogna ed eccitazione mi fecero diventare duro il cazzo. “Se Riccardo lo dice in giro tutti vorranno fare un giro nel mio culo e ingoierò tanta di quella sborra da fare indigestione.“
“Spingi come se dovessi andare al cesso» mi disse, e io eseguii alla lettera. In effetti la cosa rese tutto più facile e con una puntina di gelosia mi chiesi quanti culi avesse già rotto.
La grossa cappella allargò il mio ano e penetrò senza fatica, con pochissimo dolore da parte mia nonostante le dimensioni ragguardevoli, poi, poco alla volta, tutto il suo cazzone scivolò dentro di me finché sentii la sua pancia appoggiarsi al mio culo.
«Tutto nel culo» ansimò, con orgoglio e soddisfazione.
Cominciò a pompare, dapprima lentamente, poi con colpi sempre più forti e violenti, le mani serrate sui miei fianchi come nei giornaletti porno.
Sentivo la sua mazza di carne riempirmi come uno spiedo rovente ad ogni affondo, accompagnato da gemiti di piacere.
«Dio, siiiii» soffiai, ma la mia resa totale al cazzo che mi stava sfondando il culo fu raccolta solo da vecchia carta sottile impregnata di inchiostro.
«Eccomi» mi avvisò dopo parecchi minuti di cavalcata possente, e un attimo dopo mi riempì il retto di sborra calda. Sentii ogni contrazione della cappella che mi schizzava dentro, quattro, cinque volte, assaporai il calore del liquido che mi riempiva le viscere, e sborrai anch’io senza neanche toccarmi.
Dopo rimanemmo in silenzio, ognuno perso nei suoi pensieri, lui sazio e soddisfatto della gran chiavata, io cercando di fare i conti con quanto era successo, con l’ano ancora dilatato dal suo cazzone e le mutande intrise della sborra che aveva cominciato a colare fuori. C’era ancora almeno una mezz’ora di viaggio e mi chiesi se mi avrebbe inculato ancora.
Sapevo che gli avrei permesso di farlo tutte le volte che avesse voluto. Si sarebbe limitato a quello o mi avrebbe chiesto di più? Ripensai al ricco getto di piscio della settimana prima e uno spasmo di desiderio mi contrasse le viscere. Stavo sprofondando sempre di più, ma non riuscivo a fermarmi.
«Devi pisciare?» domandai, certo che fosse così dopo le due copiose sborrate con cui mi aveva riempito.
Lui sorrise e tirò di nuovo fuori il cazzo. «Vieni qui nell’angolo e spogliati» ordinò, e io mi affrettai ad accontentarlo. «Apri bene la bocca.»
Obbedii ancora, guardandolo negli occhi che brillavano. Dalla cappella ora un po’ grinzosa venne fuori un bel fiotto chiaro come acqua che mi finì dritto in bocca. Bevvi quello che potei, mentre rivoli di piscio caldo e quasi insapore mi scorrevano sulla faccia e sul corpo.
Quando ebbe finito me lo infilò in bocca e glielo pulii bene con la lingua.
Mi aveva in suo pieno potere.
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